I VOLADORES

 

“Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita, un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita, cibandosi della nostra energia.” Questa frase detta da Carlos Castaneda a una conferenza tenuta a Santa Monica nel 1993 mi ha fatto capire tante cose sull’infelicità umana.

Per chi non lo sapesse, secondo gli sciamani Toltechi, gente che la sapeva lunga, ognuno di noi ha il suo Volador, una specie di zeccone energetico che ci assale quando siamo piccini e si nutre della nostra energia vitale fino al giorno della nostra morte.

In pratica succede così: tu sei un bambino molto piccolo e sei il fortunato possessore di un uovo di energia pura e splendente. Sei aperto a persone ed esperienze, vivi nel qui e ora, ti entusiasmi per ogni piccola cosa, non hai paura di niente che non sia una reale minaccia, non sai cosa sia il giudizio e non hai altri bisogni se non quelli primari di nutrimento, riparo e amore. Sei felice con quello che hai e non ti tormenti con pensieri negativi. Praticamente senza sforzo alcuno sei una persona realizzata, un Buddha, uno che della vita ha già capito tutto quello che c’è da capire.

Poi però accade qualcosa. I tuoi genitori, la scuola, gli amici, la società, cominciano a “educarti” ovvero a insegnarti a essere infelice. Con pazienza e determinazione ti insegnano a dubitare di te stesso, a sentirti sbagliato, sporco, incapace, incompleto, stupido, cattivo, peccatore. Ti insegnano a diffidare e a giudicare il tuo prossimo. Ti insegnano che quello che hai non è mai abbastanza, e a volere sempre di più. Ti insegnano che quello che sei non è mai abbastanza e che si può SEMPRE migliorarsi (ovvero che non andrai MAI bene come sei). Ti insegnano a non desiderare ciò che è naturale, come ad esempio il sesso, la giustizia e la condivisione e a desiderare cose inutili e dannose come le cose, i soldi e il potere. Ti insegnano che il prossimo può essere un pericolo e un ostacolo al raggiungimento dei TUOI scopi e che per questo va combattuto, dominato e tenuto a distanza.

Finché finalmente sei socializzato e ti bevi la cazzata che la vita è sofferenza. E l’uovo di energia splendente che ti circondava diventa, secondo gli sciamani che queste cose le vedono con gli occhi, una misera pozzanghera di luce fioca che ti copre a malapena i piedi e ti nutre quel tanto che basta per tirare avanti fino al giorno della tua dipartita.

Ormai è da tempo che mi domando il motivo di tutto ciò. Perché tutti noi esseri umani, senza eccezione alcuna a parte rari esempi che nella storia si contano sulla punta delle dita, quali Gesù, Buddha, il Dalai Lama, Nelson Mandela, San Francesco, Madre Teresa e pochi altri, facciamo questo a noi stessi e ai nostri figli?

Come dice Mauro Scardovelli, i gatti non lo fanno. I gatti non hanno ansie, rimpianti e sensi di colpa, non insegnano ai loro figli che fare l’amore è peccato, non giudicano gli altri gatti stronzi, sfigati, perdenti o ciccioni. Al massimo gli danno una graffiata se cercano di mangiargli i croccantini o rubargli una bella gattina, ma dopo, amici come prima.

Noi invece ci facciamo la guerra da un paese all’altro (pezzi di terra su cui abbiamo tracciato linee immaginarie per le quali siamo pronti a morire), ci massacriamo per convincerci a vicenda che il nostro dio (un signore inventato che vive in cielo che nessuno ha mai visto) è migliore di un altro e ci scagliamo contro i nostri fratelli per i motivi più impensati: perché parcheggiano male, perché tengono a una squadra di calcio diversa dalla nostra, o perché fuggono da una zona di guerra e osano chiederci ospitalità nel “nostro” paese.

Ma nostro di chi, che tra 100 anni saremo tutti, ma proprio tutti, morti?

Eppure tutti lo sappiamo bene che la più grande felicità la proviamo quando amiamo. Tutti. E allora perché non riusciamo a liberarci dei pensieri che ci fanno soffrire e sostituirli con pensieri di accettazione, amore e fratellanza?

Quando ho letto dei Voladores mi è balenata una possibile spiegazione.

Secondo ciò che dice Castaneda, questi esseri astutissimi e molto evoluti che vengono dallo spazio profondo, si nutrono della nostra energia e in particolare dell’energia che ha una qualità egoica. Avidità, rabbia, prevaricazione, vittoria, sete di potere, lussuria, disperazione, invidia, risentimento, disprezzo, eccessi di ogni tipo. Queste sono le cose che i Voladores prediligono. Pare invece che l’amore, la generosità, l’empatia, la comprensione, la pace e la serenità gli facciano schifo. Gli lasciano l’amaro in bocca, come carciofi andati a male. E siccome questi parassitoni spaziali sono dei tipi dall’appetito robusto, si sono inventati un modo intelligentissimo di provocare in noi le emozioni con cui gli piace far merenda:

CI HANNO DATO LA LORO MENTE!

Quando siamo piccolini e le nostre madri, i nostri padri, i nostri amici, i nostri maestri, ci criticano, ci umiliano, ci deridono, ci insultano, ci sgridano per “aiutarci a migliorare”, per “insegnarci a vivere” per “educarci”, non sono in sé. Sono schiavi del Volador, che ci porta a manipolare e distruggere la volontà, l’autostima e l’essenza dei nostri figli perché si consegnino inermi al loro Volador personale.

Tutti quei pensieri che ci fanno soffrire, che ci fanno sentire separati, ostili a noi stessi e agli altri, che ci fanno paura, che ci fanno desiderare cose che non avremo mai, che ci fanno pensare che dovremmo e potremmo essere diversi, che meritiamo di meglio, che la vita fa schifo, che siamo brutti grassi e stupidi, che sbagliamo troppo spesso, che i musulmani sono delle bestie, che le donne non sanno guidare, che i soldi danno la felicità, che il Milan quest’anno fa schifo, che gli uomini sono dei traditori e le donne delle zoccole, che i politici sono dei ladri, che la terra sta per collassare, che mia madre è una stronza ma mia suocera di più, che senza un armadio pieno di vestiti di marca non posso essere felice, che il mio telefonino è più importante di qualsiasi persona sia accanto a me, che il mio valore si misura dai like che mi danno su Facebook e chi più ne ha più ne metta, perché ogni Volador conosce il suo umano e trova il modo di instillargli i pensieri di merda più adatti a suscitare in lui le reazioni volute; tutti questi pensieri che noi crediamo di produrre con il nostro cervello e a cui crediamo come se fossero la bibbia, sono tutte MENZOGNE.

Te ne accorgi quando cominci a esercitare la consapevolezza. Mediti, ti osservi dal di fuori, guardi i pensieri che passano e ti accorgi che tu non sei quei pensieri.

Te ne accorgi quando cominci a togliere attenzione a quei pensieri (e alla sofferenza che provocano), e a darla a pensieri di accettazione, amore, tolleranza, comprensione, che ti fanno stare bene veramente (non come comprarsi un paio di scarpe, fare una battuta cattiva o vincere una partita di calcio, che sono piaceri che durano un secondo e che non ti bastano mai) e che sono i tuoi veri pensieri.

Perché, grazie al cielo, anche noi abbiamo una mente, anche se per il 99% del tempo viene oscurata e zittita da quella del Volador. Una mente sana e intelligente, che sa che quello che davvero va bene per noi è SOLO ciò che va bene anche per il resto dell’umanità, per la nostra madre terra e per tutte le creature viventi e non che popolano il nostro mondo (esclusi i Voladores). Quella mente che emerge e prende forza quando riusciamo a zittire il dialogo interiore, quel continuo “blah, blah, blah…” che ci accompagna da così tanto tempo che ci siamo identificati con esso.

L’intelligenza del cuore, tanto disprezzata dalla società razionale e scientifica perché è l’unica cosa che può portare il nostro Volador alla morte e l’umanità alla liberazione definitiva.

Quella che ci porta a essere sereni, in pace, amorevoli, empatici, teneri, generosi e giusti; a spalancare la porta piuttosto che chiuderci in casa, a perdonare invece di criticare, ad ascoltare piuttosto che parlare, ad aprire il cuore invece che diffidare, a comprendere invece che giudicare, a condividere piuttosto che competere, ad amarci esattamente come siamo invece che a disprezzarci e criticarci per tutta la nostra breve vita. Tutte cose che al Volador restano sullo stomaco, peggio dell’olio di fegato di merluzzo.

Che poi questi Voladores esistano davvero o siano una metafora di una mente oscura intrinseca nell’essere umano è di secondaria importanza.

Quello che è importante è sviluppare la CONSAPEVOLEZZA che ci porta a capire cosa ci fa stare DAVVERO bene, dove vogliamo DAVVERO andare, cosa vogliamo DAVVERO ottenere e a mettere TUTTE LE NOSTRE ENERGIE LI’. Ritirandole da falsi obiettivi, che non ci portano che soddisfazione effimera e momentanea.

Io ci ho meditato a lungo, e ho capito con certezza che ho solo due veri bisogni: sopravvivere e amare.

 

Il resto sono puttanate da Voladores.

 

 

 

 

 

 

Umiltà

Sono tornata a scuola. Ma stavolta non mi sono messa a studiare sui libri, bensì su me stessa, un argomento ostico e per niente divertente. Una volta al mese vado a seguire i seminari di Mauro Scardovelli, un Uomo con la U maiuscola, che sta insegnando con immensa generosità a me e a molti altri come me, ricercatori dell’anima, a vivere veramente.
Questa esperienza, oltre ad avermi fatto incontrare un gruppo di persone meravigliose che considero miei fratelli e sorelle e che amo con tutto il cuore, mi sta aprendo gli occhi su tante cose. La lezione su cui sto lavorando al momento è l’umiltà. Che solo a scrivere la parola mi sento in gola come se avessi un rospo di due chili renitente allo sfratto come un leoncavallino ai tempi del sindaco Albertini.
Perché io ci ho fondato un’intera personalità sulla superbia e l’arroganza, dedicando una vita intera a fare di tutto per sentirmi superiore agli altri.
Negli ultimi tempi mi ero fatta più furba e fingevo di essere umile e amorevole. Anzi, diciamo che più che fingere ci credevo proprio di essere diventata così. Predicavo l’amore e l’umiltà, la comprensione e la tolleranza, la compassione e la pace e non mi accorgevo che dentro di me albergava un intero battaglione di personaggi arroganti e violenti come una banda di hooligans in trasferta a Campo dei Fiori.
C’è la prof, dietro la sua cattedra. Una zitella acida in tallieurino e occhialetti bifocali che mi ricorda tanto la mia insegnante di lettere del liceo. Chi mi conosce l’ha vista mille volte impadronirsi di me per elargire sermoni e somministrare pistolotti, sempre pronta ad ammonire, correggere e spiegare come va davvero la vita, sottolineando i miei e gli altrui strafalcioni con la sua immaginaria matita rossa e blu. Accanto alla prof, seduto dritto sul suo scranno, con il parruccone grigio e la toga nera come la morte, c’è un arcigno giudice, campione ineccepibile di moralità e rettitudine. Non si accontenta di nulla di meno della perfezione e punisce ogni sgarro con il terribile strumento della colpa. Vicino alla prof e al giudice, leggermente più indietro perché un po’ si vergogna della propria superficialità, c’è la superdonna. Fighissima, magrissima, elegantissima, non un capello fuori posto. Una specie di Anna Wintour perennemente ventenne, però più stronza. La quintessenza della femminilità punitiva, quella che condanna morbidezze e comodità come se fossero crimini contro l’umanità e che guarda un paio di scarpe sbagliate o un rotolino di ciccia di troppo con la stessa benevolenza con cui guarderebbe uno scarafaggio colto a nuotare nella sua zuppa di miso. Inginocchiata lì accanto c’è la suora di carità, interamente dedita a risolvere i problemi del mondo. Così santa da far impallidire Madre Teresa, ha la missione di insegnare a tutti a essere buoni e virtuosi e ci si dedica con tale zelo da far passare in secondo piano la propria, di bontà.
Tutti questi bei personaggi (che in alcuni post precedenti avevo raggruppato sotto il generico nome collettivo di Io-merda) si accaniscono quotidianamente contro di me e contro chiunque non soddisfi i loro inarrivabili standard di intelligenza, sapienza, moralità, bellezza, eleganza, altruismo e generica perfezione, da così tanto tempo che non mi ricordo nemmeno quando hanno incominciato a vivere dentro di me, parassitando le mie energie e inquinando le mie relazioni. Fino a che gli credevo e ascoltavo le loro parole, dando loro ragione, sono stati responsabili di anni e anni di ansia e panico, di una cronica mancanza di autostima, di innumerevoli difficoltà in amore, sul lavoro e con gli amici. Adesso è un po’ di tempo che ho cominciato a mandarli bonariamente e meno bonariamente affanculo (passatemi il francesismo) e a cercare, con esito altalenante, di non ascoltare le loro critiche e i loro giudizi. Sto anche faticosamente cercando di impedire loro di possedermi e agire sugli altri la loro prepotenza attraverso le mie parole e le mie azioni, ma confesso che è difficile. Per cui, a volte, mi ritrovo a giudicare, predicare, disprezzare e ammonire chi mi circonda, quando l’unica cosa che sento che davvero mi appartiene e mi fa sentire bene è amare e accettare, me stessa e il resto del mondo. Perché adesso so che dentro ognuno di noi albergano personaggi simili a quelli che ci sono in me, e che ogni comportamento ostile e violento, ogni giudizio, ogni critica, ogni prevaricazione, ogni mancanza di rispetto, nascono da loro e non dall’umano che ne è più o meno inconsapevolmente vittima.
Vi chiederete se questo significa che nessuno ha colpa di niente, e la mia risposta è: sì, nessuno ha colpa di niente. Perché questi personaggi che ci abitano non ce li siamo certo scelti, ma vengono dai nostri genitori, dalla nostra storia, dagli orrori della società, mostri creati dall’inconscio collettivo. Ma del resto la parola colpa è per me oggi una parola vuota, che esiste solo in bocca al giudice a cui non credo (quasi) più. Ho preferito sostituirla con la parola responsabilità. Responsabilità che mi spinge a riparare al male fatto a me stessa e agli altri dal momento in cui mi rendo conto di averlo fatto. Perché è solo quando ti liberi del giudizio e della colpa che puoi sopportare di vedere il male che c’è in te, e che puoi prenderti la responsabilità di sanarlo. Quando sei nella trappola della colpa sei in gabbia, inchiodato dal dito che ti punti contro. Per avere un po’ di sollievo ribalti tutto all’esterno e a quel punto ti restano solo due possibilità: colpa mia o colpa di qualcuno o qualcosa d’altro. E da qui non se ne esce, perché quando c’è colpa l’unica conseguenza possibile è la punizione che è violenta e genera altra violenza, altra colpa.
Mentre quando sei nella responsabilità, vedi dove hai sbagliato e agisci per rimettere le cose a posto, riparare, curare, amare. Puoi sostenere con comprensione e partecipazione chi capisce di avere sbagliato e chiede aiuto, e accettare il fatto che chi non lo capisce è perché non ne è capace e in quel momento non ha altra scelta.
Questo i personaggi di cui vi ho parlato non lo capiscono, perché gli manca l’umiltà. Loro sono perfetti e a sbagliare siamo solo noi, gli altri, che per questo dobbiamo pagare. Poverini, non posso nemmeno dire di odiarli. In fondo con le loro certezze mi hanno consentito di sopravvivere per tutti questi anni in cui non sapevo chi ero, senza andare in pezzi. Ma adesso non ho più bisogno di loro e non mi identifico più in stereotipi di perfezione fasulla e irraggiungibile che non sono di questo mondo e che mi allontanavano dalla vita, quella vera.
Chi sono io, quindi? Non l’ho ancora capito fino in fondo. Ma so con certezza di non essere come mi vorrebbero loro.
Dichiaro quindi ufficialmente che d’ora in avanti mi impegnerò con tutto il mio essere a non giudicare, a non sentirmi superiore a non criticare e a non cercare di insegnare alcunché a chicchessia, anche perché mi sono resa conto che ben poco ho imparato io stessa. Mi impegnerò piuttosto a condividere e amare e accogliere e comprendere.
Con tutta l’umiltà di cui sono capace.

Il famigerato qui e ora

Vuoi vivere all’inferno? Fatti un futuro!
Mica ha tutti i torti, la signora Byron Katie. E anche un passato, aggiungerei io.
D’altra parte, l’idea che dovremmo sempre vivere nel famigerato qui e ora, pur essendo incontrovertibilmente vera, mi ha da sempre messo in difficoltà.
“Certo che viviamo nel momento presente, dove altro potremmo essere?” pensavo fino a qualche tempo fa, in barba a Buddha, Orazio, i maestri yogi di tutti i tempi, Eckhart Tolle e anche a mia nonna, che quando ero alle elementari tentava invano di riportarmi al noioso qui e ora dei compiti di matematica.
Solo che non era vero.
Il nostro corpo e la nostra anima vivono immersi nel momento presente, ma la nostra mente per il 99% del tempo se ne sta qualche altra parte, affaccendata a rimpiangere, preoccuparsi, ipotizzare scenari che non si verificheranno mai, rivivere avvenimenti orribili vecchi di anni, vivi solo nei nostri pensieri.
E siccome il corpo è la casa della mente e l’anima la sua guida e compagna, questo suo divagare ci porta continuo disagio e grande sofferenza.
Come vi sentireste voi, se viveste il 99% del tempo lontano dai vostri cari, in terre ostili e sconosciute?
Il problema è come impedire all’entità indisciplinata in grado di ossessionarci ogni minuto della nostra vita con le sue follie -la mente- di andare ovunque, tranne che nel posto in cui dovrebbe starsene bella tranquilla: a casa.
Il che mi ricorda mia figlia adolescente, tra l’altro.
Da un paio d’anni mi sto dedicando al problema, anche se con scarsi risultati, devo ammettere. Almeno però, ho identificato chi sono i cattivi in questa lotta incessante tra mente e corpo-anima, presente e futuro-passato, qui e altrove.
La paura è il Capo di Stato Maggiore che li governa tutti, la madre di tutto ciò che ci tiene lontani dalla pace e dalla tranquillità.
Ma come possiamo smettere di avere paura? Sarebbe come cercare di non essere umani, è un compito impossibile. La paura viene e se ne va a suo piacimento e non possiamo farci niente.
Possiamo solo affrontare i suoi soldati, quegli orribili pensierini che infestano le nostre menti ogni giorno con le loro sporche e insistenti bugie: Dovrei; Potrei; Lo farei se solo… e i loro fratellini malvagi: Non dovrei; Non avrei dovuto; Se non avessi…
Una quantità enorme di merda in cui crediamo fermamente e che intasa la nostra mente, il nostro corpo e la nostra anima di negatività ed emozioni tossiche, vampirizzando la nostra energia e impedendoci di fare l’unica cosa che dovremmo davvero fare: quello che stiamo facendo.
Voglio citare ancora Byron Katie, che ci fa notare che nella storia dell’umanità, nessuno ha mai vinto una sola battaglia contro la realtà.
Quando pensiamo che dovremmo (o potremmo o qualunque altra palla della lista di qui sopra) fare qualcosa, stiamo combattendo la realtà, cioè che NON LA STIAMO FACENDO.
O fai qualcosa o non lo fai. Questa è la realtà. Un uccello vola, un cane non vola. Animali che dovrebbero volare, ma invece nuotano, non li ho ancora mai visti. Il sole è caldo e la neve è fredda. Se uno vi venisse a dire che l’erba dovrebbe essere azzurra, cosa gli direste?
Eppure vi sembra normalissimo pensare che quello stesso matto NON DOVREBBE pensarla così, e l’incontrovertibilità del fatto che lui la pensi così non vi ferma dall’essere pazzi quanto lui.
La realtà è o non è, e i dovrei e i non dovrei non esistono, se non nelle nostre menti folli.
E se facciamo o abbiamo fatto una cosa, è perché in quel momento la volevamo fare. E’ talmente Lapalissiano che anche un bambino di due anni lo capirebbe. E infatti lo capisce, perché un bambino di due anni i dovrei e i non dovrei per fortuna sua non li ha ancora imparati. Ma noi invece no, continuiamo a nuotare nel fango dei condizionali, senza possibilità alcuna di uscirne vivi.
Vivere nel qui e ora, prima di tutto, significa imparare ad accettare la realtà e chi siamo veramente.
Prendiamo l’enorme cazzata in cui ho creduto per anni: “Per essere felice, dovrei essere più amorevole e tollerante”.
Peccato che non lo sono!
Quindi quello che mi rendeva infelice, non era tanto il fatto che sono una stronza egoista e cattiva (come tutti siamo, a volte, a parte il Buddha e probabilmente mia nonna), quanto il fatto che non accettavo di esserlo.
So cosa state pensando, in questo momento.
Ma se mi auto-giustifico e accetto di essere una stronza egoista e cattiva, e smetto di pensare che dovrei essere più amorevole e indulgente, non smetterò di cercare di migliorare me stessa?
Se accetto il mio lato oscuro incondizionatamente, senza giudicarmi e colpevolizzarmi, non diventerò una persona ancora più stronza, cattiva ed egoista di quello che sono?
Vi rispondo con una domanda. Avete bisogno di ripetervi dalla mattina alla sera che NON DOVRESTE essere un serial killer, un ladro o uno stupratore, per evitare di diventarlo? Dovete sforzarvi molto per non torturare coniglietti indifesi, incendiare foreste vergini o fare lo sgambetto ai bambini dell’asilo?
Certo che no, perché sono cose che non volete fare!
E se non volete nemmeno essere degli stronzi egoisti, allora non avete niente di cui preoccuparvi.
Ma allora perché a volte lo siamo comunque? Perché vogliamo essere amorevoli e indulgenti, ma non possiamo farlo, perché non amiamo e non perdoniamo noi stessi e ci tormentiamo con irrealistici diktat morali. Per cui la nostra parte negata sgomita per farsi ascoltare e quando riesce a prendere il sopravvento fa quello che facciamo tutti quando siamo ingiustamente accusati e maltrattati: si incazza e diventa stronza e cattiva.
Cerchiamo tutta la vita di sopprimere la nostra ombra, con inutili dovrei e non dovrei. Otteniamo qualcosa?
Niente. Rimaniamo i soliti stronzi.
Allora perché non ci rilassiamo, e proviamo con un’altra strategia?
Tipo lasciar perdere le minchiate che ci raccontiamo a proposito di chi dovremmo essere e cosa dovremmo fare e iniziare a essere amorevoli e indulgenti verso noi stessi, tanto per cambiare?
Questo è qui e ora.
Questo è amore.

Clear Cross santa subito

Quindi eccomi arrivata in Francia, dove rimarrò a fare yoga per tre settimane.
Il centro è in una vecchissima fattoria restaurata (si fa per dire) in mezzo a una foresta così incontaminata che oggi sono andata a passeggiare e mi sembrava di essere Frodo nel signore degli anelli.
Pratichiamo 8 ore al giorno in una tenda di plastica esposta alle intemperie, per cui la mattina sei costretto a paludarti con 150 chili di sciarpe, canottiere, pancere, tute termiche, scaldamuscoli, pile, calzettoni, cappelli da David Crocket e coperte varie, che più che yogi indiani sembriamo maestri di sci dell’Abetone. Siamo così imbacuccati che se uno ti sta sulle balle basta che gli dai un colpetto per farlo rotolare e quello non si rialza nemmeno con il paranco, condannato a rimanere sdraiato sulla schiena ad agitare le braccine e le gambine come uno scarrafone ribaltato fino al giorno del giudizio. Il pomeriggio in compenso ti senti un po’ come il biscotto nel forno e sudi tipo sauna anche solo a fare shavasana (per i profani, la posizione del cadavere). Per dormire si fa come agli scout: tutti in tenda, nonostante di notte ci siano la temperatura e il grado di umidità di una risaia del vercellese nel mese di febbraio. Meno male gli altri sono quasi tutti inglesi, perché in casa c’è solo una stanza per chi avesse troppo freddo e ovviamente ci dormo io. Nella mia tenda ho soggiornato esattamente 35 secondi: il tempo di dire alla cara ragazza che mi ci aveva accompagnato che, avendo avuto quest’inverno una grave polmonite, dovevo assolutamente dormire in casa. All’inizio un po’ me ne vergognavo, ma quando ieri una delle altre ospiti ha chiesto in cucina un barattolo per farci pipì la notte, ho cambiato idea. Perché il bagno è uno solo ed è proprio di fianco alla mia stanza. Per chi dorme fuori c’è invece il bosco (pieno di rovi, tafani e ortiche che ti insidiano il sedere) e due baracche di legno tassativamente solo per la popó (che poi devono svuotare i secchi e la pipì pesa troppo) dove invece che tirare l’acqua ci dai giù delle gran palettate di segatura.
Il telefono non prende e ci spengono il wifi dalle 21:30 alle 12 del giorno dopo, intervallo in cui è prescritto il silenzio e se ti scappa di dire buonanotte a qualcuno vieni fulminato da una decina di yogici sguardi.
Il cibo è macrobiotico: ovvero senza glutine, senza sale, senza patate e pomodori e senza zucchero. Ci sono solo due pasti al giorno, per cui sono andata al supermercato (a 15 km, per cui se non trovi uno che ti porta in macchina sei fritto) a comprarmi lo yogurt e il miele, e alla mattina mi sveglio un’ora prima per fare colazione di nascosto, sentendomi in colpa per il mio consumo di latticini e zuccheri come uno che al mattino ami sgranocchiare coscette di neonato. La natura è bellissima: boschi selvaggi, un lago in cui nuotano liberi pesci e sanguisughe e una ricchissima fauna tra cui spiccano serpi, cinghiali, ragni, toponi, zanzare tigre, vespe grandi come aironi e lumache senza guscio lunghe mezzo metro di un colore tra l’arancio e il marroncino che sembrano le cacche dei miei cani quando gli do i croccantini del super.
Il maestro fa lezione in mutande e quando spiega la teoria sottolinea la pregnanza dei suoi discorsi accarezzando e brandendo un bastone di legno intagliato tutto gonfio in cima modello dildo king size, lanciando sguardi lascivi alle donne e sfidando i maschi a suon di battutine sprezzanti.
La cosa incredibile è che malgrado tutto ciò sono felice come una pasqua e mi diverto un casino, nonostante con i compagni abbia pochissimi contatti.
Mi faccio le battute e rido da sola, chiacchiero tra me e me e mi trovo davvero simpaticissima. L’unica cosa che mi manca per raggiungere lo stato di samhadi (illuminazione) è superare l’insaziabile brama di pastasciutta che rende i miei pasti il momento più duro della giornata.
Ma si sa che il cammino spirituale è irto di ostacoli e tutti i più santi hanno dovuto sopportare prove durissime, quindi sono certa che ce la farò anch’io.

OOOOOMMMMMM

La cosa che mi piace di più dell’estate è andare in vacanza in Italia.
Ritrovare gli amici, la famiglia, i luoghi natii. Respirare lo smog milanese, rischiare di farsi stirare sulle strisce pedonali dopo che in Spagna sei abituato che inchiodano se solo ti ci avvicini a cento metri, beccarsi quei bei vaffanculo al semaforo perché stavi cambiando stazione alla radio e hai tardato un secondo a mettere la prima.
Ma a farla da padrone è ovviamente il cibo. Dopo mesi e mesi di schifezze iberiche contemplare la selezione di mozzarelle al banco del fresco dell’Esselunga è un’esperienza mistica da far invidia alle visioni di Giovanna D’Arco.
Per non parlare del caffè macchiato, dei gnocchi, del vino buono, della brioche alla crema e della mai abbastanza decantata focaccia unta.
Quest’anno però, invece che passare agosto spalmata su un lettino dei Bagni Angelo Ponente a Forte dei Marmi a grattarmi la panza ripiena di tordelli, bomboloni, Vermentino di Bolgheri e spaghetti con le arselle, ho avuto la brillante idea di farmi una bella vacanza di yoga.
Di ben tre settimane.
Ho cominciato l’altro ieri e già non ne posso più.
Il primo giorno abbiamo fatto sette ore di yoga, dopo che per un mese, da quando ero arrivata in Italia, il picco massimo di attività fisica l’avevo raggiunto schiacciando l’acceleratore della macchina quando mi son fatta sette ore di autostrada per andare in Abruzzo. Finite le sette ore ha iniziato a piovere, e mentre correvo sul prato ripidissimo per andare a ripararmi in casa sono scivolata facendomi malissimo al polso e anche al collo.
Per ripagami della fatica c’è però il vitto meraviglioso. Vegano e senza sale, per indicazione del severissimo maestro Christian, che se ti sente nominare la parola zucchero ti appende alle corde della sala e ti frusta con la cintura Iyengar per dare il buon esempio agli altri. Anche un coniglio sedentario (figuriamoci uno che facesse sette ore al giorno di yoga) che si lamenterebbe dei nostri pasti, che consistono in insalata, pomodori, carote, cetrioli e frullati di verdure cotte e insipide. L’unica concessione alla gola è il pane, di cui io mangio in media 15 fette a pasto, riempiendomi le guance di mollica come un cricetone mentre gli altri non guardano, sperando che nessuno se ne accorga. Ieri un tale Eric di Parigi, guardandomi mentre facevo la scarpetta, ha storto il naso come solo i Parigini sanno fare e mi ha detto disgustato: “glutine!” Non ho avuto cuore di ribattere che io, essendo Italiana, sono fatta al 90% di glutine assimilato sotto forma di pasta e pizzoni, e ho rimesso giù il pane, a malincuore.
Per cui oggi, insieme al mio compagno di avventure Michael, con cui discutiamo di caffè e birrette nascosti tra i cespugli come partigiani braccati dai nazisti, siamo andati in paese con la scusa della farmacia (grazie al mio incidente) e ci siamo infilati nella trattoria Da Franca, tenuta da una meravigliosa Bergamasca barbuta a ingozzarci di casoncei, vitello tonnato, patatine fritte e Becks. E ci siamo pure bevuti un caffè con lo zucchero!
Speriamo che Christian non senta che abbiamo uno strano odore oggi pomeriggio quando torneremo per la pratica e non ci metta a fare Sirshasana su un letto di chiodi per punire lo sgarro.
E pensare che rispetto agli altri mi è andata di stralusso: quando ho prenotato non c’era più posto per dormire e mi hanno dovuto mettere in un bed and breakfast vicino al centro, per cui mentre gli altri 23 dormono in tre per stanza su materassi buttati per terra, condividendo flatulenze notturne dovute all’eccesso di fibra, un bagno e 4 docce, io ho una suite tutta per me con la vasca da bagno con le zampe di leone, copriletto ricamato e il bollitore per farmi (di nascosto) il Nescafè.
Perché ovviamente la pratica inizia alle 7, e bisognerebbe andarci a stomaco rigorosamente vuoto.
Ma mi consolo, in fondo sono passati già due giorni, e mi mancano solo altre tre settimane.

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